Deleghe, quarto rimpasto: sindaco pigliatutto

Quarto rimpasto di deleghe per la giunta del sindaco Luigi de Magistris. Dopo quello del 23 dicembre scorso, con un decreto firmato il primo febbraio, il sindaco ridisegna le competenze di alcuni assessori. E se nella riorganizzazione prenatalizia furono cambiate poche cose (la Protezione civile fu tolta all’assessore alla Mobilità Anna Donati), stavolta si tratta di modifiche sostanziali. Il dato più rilevante è che il primo cittadino raggiunge la cifra considerevole di ben 11 deleghe, avocando a sé l’Informatizzazione (che apparteneva all’assessore ai Beni Comuni, Alberto Lucarelli) e i “Fondi Europei” (che, invece, era competenza dell’assessore al Bilancio, Riccardo Realfonzo). Si tratta di due deleghe fondamentali per la politica amministrativa del Comune di Napoli. De Magistris sta facendo il diavolo a quattro per ottenere dal Governo la gestione diretta dei finanziamenti Ue, senza passare per la Regione. L’Informatizzazione, invece, rappresentava per Lucarelli uno dei punti fondamentali del progetto di riforma del professore di Diritto, che comprende, appunto, le reti informatiche nel novero dei Beni comuni. Insomma, in parte, ridimensiona alcuni dei suoi assessori più importanti, dall’altra accresce il numero di compiti e responsabilità nelle sue mani. Le altre deleghe nelle sue mani, d’altro canto, non sono affatto trascurabili: “Promozione della Pace”, “Difesa e attuazione della Costituzione”, “Cooperazioni e relazioni internazionali”, “Grandi eventi”, “Forum delle culture”, “Riforma della macchina comunale”, “Attuazione del programma e organizzazione”, “Comunicazione e promozione dell’immagine di Napoli”, “Protezione civile”. Di fatto, molti di questi compiti sono affidati ai suoi fedelissimi uomini chiave, come il capo di gabinetto Attilio Auricchio e il vicecapo Sergio Marotta.

L’assessore all’Urbanistica, Luigi De Falco, invece, che ha dato una spinta sostanziale per la gestione della fase più delicata dei lavori per la Coppa America, avrà in carico anche la “Gestione del sito Unesco”, direttamente collegato all’utilizzo dei Fondi europei.

L’unica mossa scontata e davvero necessaria è stata quella di alleggerire l’assessore al Patrimonio, Bernardino Tuccillo, oberato di incarichi, della delega al “Decoro e all’Arredo urbano” che, invece, viene affidata all’assessore alla Mobilità, Anna Donati.

Resta da vedere, adesso, se nel prossimo futuro oltre a ridistribuzioni di deleghe ci saranno anche rimpasti di uomini. Di certo dopo il patto sancito con Sel al Forum dei Comuni per i Beni Comuni, gli equilibri all’interno della Giunta potrebbero cambiare. Nei corridoi di Palazzo San Giacomo si discute della posizione a rischio del vicesindaco Tommaso Sodano, smentita, per ora, dai fatti. Si dovrà vedere come verrà assorbito lo scossone seguito al siluramento di Raphael Rossi dal vertice dell’Asìa e i cambiamenti apportati all’assetto della società partecipata, che ha un ruolo chiave nella gestione dell’emergenza rifiuti a Napoli. Del resto, nuovi innesti non sarebbero funzionali ad ottenere nuove maggioranze in consiglio comunale, visto gli ampi numeri a disposizione del sindaco per governare la città. Si tratterebbe di scelte strategiche dal punto di vista politico, ma in una prospettiva più ampia di quella del contesto locale.

(dal il Giornale di Napoli del 5 febbraio 2012)

Addio 2011, per Napoli è stato l’anno della svolta. Forse

I napoletani ci credono e pensano che il 2011 sia per loro l’anno del riscatto. L’emergenza rifiuti ha raggiunto il suo apice e da un anno, ininterrottamente, le strade sono piene di cumuli di immondizia. Non si respira aria buona, il pericolo di infezioni è dietro l’angolo, è una situazione insostenibile, e stavolta non solo nelle periferie. L’Amministrazione comunale non riesce a garantire neanche l’ordinario ed è ormai paralizzata da una situazione politica precaria. Il sindaco Rosa Russo Iervolino non ha i numeri per governare, ci riesce solo grazie all’incapacità e all’attaccamento alla poltrona dei suoi avversari. Il consiglio comunale va puntualmente deserto, i provvedimenti non si approvano e, in più, in cassa non c’è più un euro.
Non c’è più chi pota i giardini, non si riparano le buche, non si pagano le cooperative sociali. La città è in ginocchio, ma nessuno può e sa farci nulla. Il decennio del governo di Rosetta sta per tramontare, mai nessun sindaco nella storia della Repubblica era rimasto tanto a Palazzo San Giacomo. Le ragioni restano un vero mistero. Un fatto è certo: l’abilità politica dell’ex ministro dell’Interno e dell’Istruzione è indiscutibile, il basso profilo dell’opposizione pure. Tant’è che non riesce neanche l’ultimo e unico vero tentativo di “golpe”, le dimissioni di massa della maggioranza del Consiglio. Alcune firme non sono valide. Quando il Prefetto le rispedisce al mittente, qualcuno pensa bene di fare un passo indietro: “Non firmo più”. Rosetta la spunta ancora. È uscita indenne da inchieste giudiziarie che le hanno portato in carcere mezza Giunta, la figuraccia di Pdl e compagnia bella sono per lei solo un’altra medaglia.
I cittadini sono stanchi di queste dinamiche di Palazzo, vogliono una città che funzioni e non vedono l’ora di andare alle urne per dare una svolta, per decidere del loro futuro. Il primo banco di prova sono le elezioni primarie del centrosinistra. Sel tenta il colpaccio candidando l’ex magistrato Libero Mancuso, sarà un flop. Il Pd punta tutto su Umberto Ranieri, anche se c’è pure Nicola Oddati. Ma la spunta Andrea Cozzolino, eurodeputato, delfino di don Antonio Bassolino, che si autocandida, spiazzando tutti, e vince. Scoppia lo scandalo, su quelle elezioni simboliche piovono accuse di brogli, ci mette mano anche la Procura. Alla fine non se ne fa nulla, viene tutto annullato. È l’inizio della fine per il Pd. Siamo alle elezioni, il centrosinistra non riesce a trovare la quadra su un nome che accontenti tutti. La candidatura di Luigi de Magistris non viene accolta bene. L’ex pm decide di correre da solo, appoggiato solo da Idv, Federazione della sinistra e la sua lista “Napoli è tua”. Alla fine Pd e Sel appoggiano Mario Morcone, nome imposto da Roma. Mentre il Pdl ripiega su un candidato pescato dalla società civile: l’ex presidente degli industriali Gianni Lettieri. I pretendenti alla poltrona di sindaco sono, in tutto, sette.
Tutti si aspettano un ballottaggio tra Morcone e Lettieri, nessuno scommette un euro su De Magistris. Lui tiene comizi nelle piazze, senza palco: microfono e amplificatore. Parla alla gente, entra nelle case. Sa comunicare meglio di tutti. È migliore, tecnicamente, la sua propaganda, più adeguato l’utilizzo dei socialnetwork, più interessante il suo messaggio: «La città è nostra, riprendiamocela». Gli altri non riescono a convincere. Il Pd napoletano, ancora commissariato, esce da anni di fallimenti e malgoverno, le primarie sono solo l’ultima batosta che ne segnano la sconfitta totale (conquisterà solo 4 consiglieri). Il Pdl è annichilito sulle vicende giudiziarie dell’ex premier Silvio Berlusconi e del coordinatore regionale Nicola Cosentino. Lettieri ha difficoltà a smarcarsi e De Magistris colpisce duro. Si va al ballottaggio. Morcone è fuori, la sfida è tra l’ex pm e l’imprenditore. Ma l’onda arancione travolge il centrodestra. L’ex magistrato raccoglie voti da tutti gli schieramenti e supera il 65% delle preferenze. Festeggia in piazza con una bandana arancione, il colore del suo movimento, è l’icona del trionfo. A caldo commenta: «Abbiamo scassato, Napoli è stata liberata». Dice che è una vittoria dei cittadini, una vera e propria rivoluzione. È vero. Ma ora bisogna vedere se alla rivolta pacifica dei napoletani contro la partitocrazia, gli sprechi e la cattiva amministrazione corrisponda una politica reale dei fatti. Il sindaco riesce a togliere i rifiuti dalle strade, senza contare su interventi straordinari dello Stato, e questa è già un’impresa. Manda a casa 120 dirigenti esterni. Comincia a realizzare una grandissima Ztl che racchiude tutto il centro antico della città. Porta a Napoli l’America’s Cup World Series. Fa diventare l’acqua pubblica, rispondendo immediatamente alla volontà referendaria. Ma fa tanti annunci, troppi. Il suo entusiasmo è accompagnato da una logorrea che finisce per accrescere le attese e per danneggiarlo di fronte ai fallimenti e ai tagli dei trasferimenti dallo Stato. Le promesse sono tante: da Obama a Napoli a Natale fino all’80% della differenziata entro la fine dell’anno. Per ora siamo al 21,7% di rifiuti riciclati, meno di un punto percentuale in più di quanto fece la Iervolino nel suo momento migliore, un risultato scarso che non ha giustificazioni. Sono passati già sei mesi. I napoletani, presto, chiederanno il conto.

Album di figurine per riconoscere i consiglieri

Giacca, cravatta, paltò. Passa davanti alla garitta dei vigili urbani con nonchalance, le delibere sotto al braccio, va di fretta e saluta velocemente, come tutte le persone che sono di casa a Palazzo San Giacomo. Ma uno degli agenti lo ferma: «Dove va?». «Vado dall’assessore», risponde anche un po’ infastidito. L’agente cerca di frenarlo e gli chiede: «Ma lei chi è, ha un appuntamento?». Il poveretto deve ripetere la solita tiritera: «Sono un consigliere comunale, non mi riconosce?». No. Nessuno li riconosce. Sono quasi tutte facce nuove i componenti del Consiglio di via Verdi, eletti alle ultime Comunali e a distanza di cinque mesi, anche gli addetti ai lavori hanno ancora qualche difficoltà a ricordare tutti. E se i volti sono ormai impressi nella memoria, complicatissimo è abbinare i nomi alle facce. Per questo a Palazzo San Giacomo hanno trovato un escamotage. Un piccolo album con le figurine di consiglieri comunali e assessori. Viso e nome di tutti in tre foglietti che possono essere inseriti in un’agenda. Ce li hanno tutti o quasi: assessori, staffisti, dirigenti e qualche consigliere comunale. Adesso quando l’anonimo ospite di Palazzo San Giacomo comincia a fare domande all’assessore di turno, questi ascolta paziente e, intanto, dà un’occhiatina all’album che ha nell’agenda. Completato il riconoscimento comincia a rivolgergli la parola e magari a dare dal tu allo sconosciuto consigliere comunale: «Certo, prendo in considerazione la questione. Presto ti darò una risposta». Ma l’album ha funzionato. C’è chi ormai lo utilizza come gioco da tavolo: “Copro il nome, riconosci chi è”. C’è ancora qualche bontempone che per confondere i colleghi inserisce foto a caso come quella dell’ex centravanti della Germania Rummenigge, della brunetta dei Ricchi e Poveri o di Winnie the Pooh. Ma c’è anche chi, proprio grazie all’album delle figurine del Comune, riconoscerebbe adesso un consigliere comunale di Napoli anche in un rave party.

Wikileaks, Napoli paralizzata da camorra e politici

di Marta Cattaneo

Napoli è una città paralizzata dalla camorra e da una cattiva amministrazione. Un quadro a dir poco disastroso quello che emerge dalle informative confidenziali inviate nel 2008 dal consolato americano al governo statunitense. Il caso Napoli approda anche su wikileaks. Il sito che ha rivelato i segreti di mezzo mondo dedica ampio spazio anche al capoluogo partenopeo. Numerosi i file pubblicati. Ovviamente si tratta di rapporti confidenziali in cui si parla di tutti i mali della città e del mezzogiorno. Primo fra tutti, senza ombra di dubbio, la longa manus della criminalità organizzata. Sull’argomento sono tre i cables messi in rete dal sito di Julian Assange e portano la firma dell’ex console generale a Napoli, J. Patrick Truhn. A proposito della Camorra, si scrive che «Non esiste una organizzazione centrale o anche solo una confederazione; i tentativi di alcuni boss di unificare alcuni di questi clan è miseramente fallito. Per questo non c’è una sola Camorra». A tale proposito, infatti, Truhn scrive che «il termine preferito dai malavitosi per parlare della Camorra è “o sistema”». Nel cable, inoltre, emergono i legami tra criminalità organizzata e politica. «I clan della Camorra – si legge ancora – sono noti come “get out the votes” (ossia come porta voti) per politici locali, ma spesso preferiscono doni e minacce per cercare di influenzare le elezioni. Se loro voglio eleggere qualcuno, quindi, compreranno i voti». Si parla di 75 dollari per un voto e di un potere enorme che «potrebbe muovere più del 10% dei voti nella sola provincia di Napoli». «Alla fine – si legge ancora – anche i leader eletti che non hanno diretti contatti con il crimine organizzato, spesso arrivano a una sorta di accordo». Ma nel rapporto non ci si limita alla politica. Secondo il cable del consolato americano a Napoli, accanto alla corruzione degli eletti, «il crimine organizzato in Italia ha reclutato anche uomini di legge… questo sistema consente ai clan di evadere la giustizia e di assicurare che le autorità chiudano un occhio di fronte ad attività illegali». Dure le critiche agli amministratori che, secondo il rapporto, «da un lato smentiscono e dall’altro sono disfattisti. Qualcuno – si legge – ha detto all’ambasciatore che per sconfiggere la criminalità organizzata l’Italia dovrebbe andare in guerra contro i gangster e sospendere le libertà personali nel processo. Ma che dire questo vorrebbe dire commettere un suicidio politico». Le conclusioni sono durissime «i politici – prosegue – molti dei quali devono la loro sopravvivenza al crimine organizzato, sembrano i meno indicati a trovare una soluzione. Fino a che non cambieranno le cose, qualsiasi cosa sarà insufficiente». E, nel secondo dei tre cables dedicati all’argomento, si legge che «appare chiaro che la criminalità organizzata è una delle principali, se non la principale ragione del perché l’economia del sud Italia è così indietro rispetto al resto della nazione». Una breve parentesi, infine, è dedicata anche a Roberto Saviano di lui si scrive che «non è il messaggio che lui scrive a metterlo in pericolo, ma il fatto che milioni di lettori lo abbiamo letto e compreso». Questo farebbe di lui un obiettivo dei clan. Insomma, per gli statunitensi Napoli è una città senza regole, in cui politica e camorra camminano a braccetto e dove molti sono gli investitori che preferiscono dirottare altrove i capitali per paura della criminalità organizzata. Meglio girare alla larga.

*dal Roma del 4 settembre 2011, pag.2

Se gli assassini scrivono in prima pagina

È un Paese strano il nostro, dove gli assassini scrivono in prima pagina. Leggo spesso su Repubblica i commenti di Adriano Sofri, condannato per l’omicidio del commissario Calabresi. Leggo sullo stesso giornale dei processi al presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. Si sprecano interventi dei vertici del quotidiano o di notisti politici di tutto rispetto sulla questione morale: può una persona accusata di reati gravissimi, come il premier, essere la guida del Paese? No, certamente. Ma la questione morale riguarda tutti e non solo i nostri nemici. C’è un uomo condannato per un delitto gravissimo, il più grave che un uomo possa commettere. E c’è un uomo indagato per reati molto gravi e per questo, per il nostro sistema giudiziario, innocente fino a prova contraria. Il primo è Sofri, cui Repubblica e altri giornali, affidano commenti su questioni morali fondamentali (mi viene in mente il caso di Eluana Englaro, ad esempio). Il secondo e Berlusconi, cui Repubblica chiede conto del Bunga Bunga e di come abbia trasformato il Paese in un bivacco per i suo manipoli e lo invita a dimettersi.

È evidente che i conti non tornano. La logica non ci aiuta a comprendere questa disparità di trattamento. Un assassino viene assurto a guida morale per i lettori e un presunto imbroglione viene perseguitato come il peggiore dei mali. È un paradosso che renderà per sempre inefficace qualsiasi battaglia contro mister B. Il Cavaliere si difende accusando i giudici politicizzati che vogliono farlo fuori. Repubblica risponde che i reati sono evidenti e che il presidente deve dare risposte agli italiani e alla Giustizia. Per Sofri le cose cambiano. In questo caso, per Repubblica e per tanti altri, i giudici hanno fallito e hanno condannato un innocente. Allora l’ex direttore di Lotta Continua, condannato definitivamente dal tribunale, viene assolto dal giornale che gli offre la prima pagina, concedendogli una libertà più grande di quella che avrebbe potuto avere fuori dal carcere.

È la stessa giustizia fai-da-te di Berlusconi, è lo stesso atteggiamento di delegittimazione del sistema giudiziario.

Non si assolvono gli assassini in redazione. Il ruolo di un giornale, di un grande giornale, è quello di lottare fino alla nausea per dimostrare la verità. Come si vuole dimostrare che Berlusconi è un corruttore e un affarista, così si deve dimostrare che Sofri è innocente. E la verità deve essere talmente chiara da convincere i giudici a riscrivere le sentenze. È possibile, è successo.

L’impressione, altrimenti, è che venga salvato, sempre e comunque, solo chi appartiene, nel bene e nel male, ad una casta: si può commettere qualsiasi delitto, basta essere nel giro giusto.

La Norvegia messa in ginocchio da un idiota

C’è un Paese sconvolto, straziato, da una strage assurda. Assurda perché non ha alcuna giustificazione. Non è stata provocata da una guerra né da una calamità naturale, dietro non c’è la mano di un gruppo terroristico, un gruppo con interessi ben precisi. La Norvegia è stata messa in ginocchio da un idiota che con tutta tranquillità ha potuto piazzare bombe, attraversare armato fino ai denti tutta la città e sparare all’impazzata contro centinaia di persone senza che nessuno potesse fare nulla. In un’altra nazione non sarebbe potuto accadere. La Norvegia con i suoi poliziotti disarmati è un Paese fuori dal mondo. La reazione del primo ministro che ordina di chiudere lo spazio aereo senza avere ancora capito cosa fosse accaduto rende l’idea di quanto debole sia il paese scandinavo rispetto al rischio, serio, di attacchi terroristici. A dimostrarlo è bastato il primo squilibrato che si è messo in testa di fare una strage. Avrebbe potuto fare di peggio, si è fermato perché non aveva i mezzi per continuare. Anche nel mondo di Oz la sicurezza dei cittadini è un diritto. La favola è finita.

L’incubo è finito, bye bye Rosetta!

A Napoli mai nessun sindaco, prima della Iervolino, era stato al potere per tanto tempo: 10 anni sono un’era. In un periodo così lungo una città può cambiare faccia. È il tempo giusto per una svolta, per la rinascita. Così non è stato. Dal 2001 ad oggi ci sono più strade rotte, più rifiuti in strada, tanti cantieri aperti e mai chiusi, un bilancio vicino al dissesto. Ma il disastro più grave è rappresentato da tutto quello che non è stato fatto, da tutto quello che è stato pensato male e che non potrà essere neanche completato dalla prossima Giunta, dalla mancata capacità di progettare seriamente a breve e a lungo termine. Il fallimento della riconversione e rinascita di Bagnoli è lo scandalo più clamoroso prodotto dall’inettitudine dell’Amministrazione uscente.

Bagnoli è il simbolo del fallimento di una politica e sintetizza perfettamente tutti i deficit di Rosetta. Primo tra tutti quello di essere stata schiava dei partiti e, principalmente, succube di Bassolino. Anche se nega, la sindaca ha dovuto subire il ricatto, tutto politico, di don Antonio che, anche da Governatore della Campania, ha voluto tenere il controllo completo sulla trasformazione urbana della città. Ha imposto i suoi uomini nei ruoli chiave: quello di vicesindaco e assessore all’Urbanistica e quello di presidente della Società di trasformazione urbana Bagnolifutura. Il teorema è semplice ed è tutto scritto nei nomi dei protagonisti. Primo mandato di Rosetta: presidente della Bagnolifutura, Tino Santangelo, vicesindaco Rocco Papa (due fedelissimi di Bassolino). Secondo mandato Iervolino, non cambia praticamente nulla: vicesindaco Tino Santangelo e presidente della Stu Rocco Papa. C’è solo un’inversione dei ruoli, nessun cambio nelle competenze e nella capacità di progettazione del futuro. La ciliegina sulla torta arriva con l’ultima nomina: alla presidenza della Stu arriva l’ex vicesindaco di Bassolino, Riccardo Marone. Insomma, la continuità e il legame con l’ex Governatore è tutto in questi tre nomi. Adesso di Bagnoli resta una bonifica non ancora terminata (con alcune responsabilità da parte dello Stato), ma cosa ancora più grave con progetti deboli, debolissimi e confusi. Le uniche cose che sono state fatte sono la Porta del Parco (incompleta), con la realizzazione di un avveniristico auditorium (ma ce n’è già uno a Città della Scienza); il Parco dello Sport nel quale sono stati realizzati tutti i campi con le misure sbagliate, un vero scandalo che avrebbe dovuto comportante le dimissioni di tutti i responsabili di questo scempio; l’Acquario tematico che ha solo una sede provvisoria del Turtle point. Per non parlare del fallimento della vendita dei suoli per la ricostruzione. Una vergogna di cui nessuno ha il coraggio di prendersi la responsabilità. Eppure, la città ha avuto un sindaco. E tutto questo è dipeso dalle sue scelte. È il sindaco che ha scelto i nomi dei 35 assessori (con ben 20 sostituzioni) circa che si sono alternati a Palazzo San Giacomo negli ultimi 5 anni. Non basta chiamare “sfrantummati” quelli che sono accusati dai pm di aver sbagliato (e che poi sono stati assolti) per scrollarsi di dosso le responsabilità. Non basta lo spauracchio dell’onestà e delle mani pulite per saltare a pie’ pari le conseguenze delle proprie scelte. La Iervolino avrebbe dovuto fare un passo indietro tempo fa e il Pd ha perso quando non è riuscito ad imporsi su una scelta difficile, quella di chiedere al sindaco le dimissioni e quando ha lasciato nelle mani di Rosetta ogni responsabilità. E lei si è comportata esattamente come Berlusconi, ha dato le medesime risposte: “Mi ha eletto il popolo e la sfiducia mi deve arrivare dal consiglio comunale”. Il ragionamento non fa una piega. La Iervolino poteva contare su un’opposizione incapace e inetta, fatta di tanti “responsabili” dell’ultima ora, di trasformisti d’occasione e di gente che aveva bisogno dello stipendio di consigliere comunale. Su questa genia ha regnato incontrastata con tutta la sua esperienza politica. Ma tutte queste persone hanno ferito la città. Certi obiettivi si centrano solo se si lotta con le unghie e con i denti, solo se ci si sporca le mani. Avremmo avuto bisogno di meno mani pulite e di più dignità.

Alle elezioni Napoli aspettava solo un’alternativa che non fosse un candidato del Pdl, corresponsabile del disastro. È arrivata con De Magistris. Solo questo volevano i napoletani, qualcuno fuori da quell’orrendo guazzabuglio di anime che hanno violentato la città. Non ci sono altri motivi per un così formidabile successo. Una cosa è certa: un incubo è finito. Da domani, sarà certamente meglio. Non ci vuole troppo. Bye bye Rosetta.

Elezioni, a Napoli vincerà la camorra

Comunque vada alle elezioni comunali di Napoli ha già vinto la camorra. È vero, ci sono tanti candidati. Molti hanno scelto di mettersi in gioco: giovani, professionisti, commercianti, disoccupati. Gente di belle speranze che potrebbe risollevare le sorti della città. Ma, ne sono certo, negli scranni del palazzo di via Verdi siederanno da una parte i soliti noti e dall’altra alcuni insoliti ignoti. I soliti noti sono i politici incapaci che fanno i consiglieri per mestiere, che non possono fare altro e che hanno partecipato alla decadenza della città. Il loro vantaggio in campagna elettorale è stato quello di poter sfruttare strutture e dipendenti comunali. C’è poi la categoria di coloro che si mettono in gioco con passione e idee, pochissimi di questi saranno eletti. E, infine, ci saranno le sorprese: perfetti sconosciuti che prenderanno tantissimi voti. Sono quelli che dimostreranno ancora una volta chi comanda a Napoli, quali sono gli apparati di potere, quelli che riescono a raccogliere consenso e voti, tanti voti. Se a Milano la politica è sostenuta da chi ha il potere economico, quindi dalla grande industria, a Napoli l’unico potere economico forte è quello della camorra. E in una città ridotta a un cumulo di macerie, dove i partiti non hanno più peso e dove la politica ha dichiarato fallimento, i clan la fanno da padroni. Vorrei che non fosse così, vorrei scoprire, a urne aperte, che mi sono sbagliato. Vorrei ritrovare in consiglio comunale facce pulite e persone al di sopra di ogni sospetto. Ma so che non sarà così. Anzi, sarà peggio. Perché chi poteva decidere per il cambiamento ha deciso di non andare a votare e le persone perbene che si sono messe in gioco resteranno a casa a fare quello che facevano prima di crederci. prima di mettersi in gioco.

Il cardinale demagogo caccia i boss dalla chiesa

il cardinale Crescenzio Sepe

Sepe come Berlusconi. Il cardinale di Napoli sembra più interessato alla piazza mediatica che alla cura del suo gregge e fa il demagogo pur di guadagnarsi il consenso. La comunicazione prima di tutto e prima di niente. Ora ha ordinato ai sacerdoti della sua diocesi di non celebrare i funerali dei camorristi. Non solo, i boss non potranno fare i padrini per comunioni e cresime e i testimoni ai matrimoni. Lo ha scritto in un volumetto di orientamento in distribuzione in tutte le parrocchie napoletane. Insomma, senza vergogna lo ha messo nero su bianco, considerando l’insegnamento del vangelo carta straccia. Ma vuoi mettere? Cos’è il vangelo rispetto alla pagina di un quotidiano nazionale? È vero, i camorristi sono la feccia del mondo. Ma Sepe e i suoi sacerdoti non si possono sostituire ai giudici né in cielo né in terra. È vero che Napoli ha bisogno di iniziative forti, ma anche di guide equilibrate. Quanti boss convertirà Crescenzio con la sua iniziativa? Quale carisma ha per convertire un boss? Meglio quando fa il banditore d’aste.

Montemarano manda a casa la Iervolino

La Iervolino se ne va a casa anzitempo. Trentuno consiglieri comunali delle cosiddette opposizioni si sono dimessi e hanno avviato le procedure per lo scioglimento del Consiglio. Il golpe è riuscito poco prima della fine naturale del mandato. Ma il dato politico più rilevante è che tra i dimissionari ci sono quattro ex Pd: Emilio Montemarano, Roberto De Masi, Carmine Simeone e Fabio Benincasa. Sono loro i quattro “puttani” che hanno decretato la fine dell’era Iervolino. Si può cambiare idea, nulla di male. Peccato che questo avvenga, troppo spesso, a ridosso delle elezioni. È certamente paradossale che il più votato del Pd, colui che più di altri ha contribuito alla vittoria della coalizione di centrosinistra alle precedenti Comunali, adesso, dal limbo del gruppo misto e a tre mesi dalle elezioni, decida di dichiarare fallita l’esperienza amministrativa della Iervolino. Ecco, il sindaco sa benissimo che l’artefice della propria disfatta non è stato il Pdl, il centrodestra, che ha solo fatto il proprio mestiere. Ma l’enfant prodige Emilio Montemarano, democristiano per discendenza, figlio del re della Sanità campana, una macchina di voti senza precedenti. Con chi si candiderà Emilio alle prossime elezioni? Cosa ha fatto Emilio in consiglio comunale in questi cinque anni? Chi gli darà la responsabilità, nel centrosinistra, di aver consegnato la città al centrodestra? Sono domande senza risposta. Per ora. Come quella che molti si fecero quando contarono gli oltre settemila voti che lo portarono tra gli scranni del consiglio comunale. Il ragazzino si aspettava un assessorato. Rosetta non glielo diede. Certi puntigli, lei, li ha sempre tenuti. Il benservito è arrivato adesso. Ma è solo un assist al centrodestra. A tre mesi dalle elezioni, lei, Rosetta, ha vinto di nuovo. È nella storia della città più di ogni altro sindaco, più di Lauro e Bassolino. Per dieci anni ha fatto politica in una città dove le elezioni sono una questione di soldi e pallottoliere. Se avesse riparato le buche e alzato la monnezza, avrebbe lanciato la volata al prossimo sindaco, si fosse pure chiamato Emilio Montemarano.