Don Manganiello contro Gomorra: fango su Napoli

di Marta Cattaneo

«Gomorra è un film che ha gettato solo fango su Scampia e su Napoli». Parole dure, durissime, quelle pronunciate da don Aniello Manganiello ieri pomeriggio nel corso di Domenica In – L’Arena, il programma condotto da Massimo Giletti in onda su Raiuno. E don Aniello, il quartiere all’ombra delle famigerate Vele, lo conosce bene, anzi, proprio da Scampia, se ne è dovuto andare a malincuore appena 20 giorni fa. Dopo sedici anni di battaglie. Dopo sedici anni da prete di frontiera trascorsi al fianco di chi, quotidianamente, vive con la consapevolezza di essere dimenticato da tutti, istituzioni in primis. Colpa di un trasferimento nella Capitale. Ieri, dopo appena 20 giorni, don Aniello è tornato a parlare della sua Scampia, della sua gente, di quella gente che non ha mai abbandonato e che porterà sempre nel cuore. Torna a difendere i suoi parrocchiani e lo fa attaccando il film tratto dal best seller di Roberto Saviano. «Un’operazione da cassetta – ha detto senza mezzi termini il sacerdote – che non ha avuto rispetto per nessuno, per settantamila abitanti che fanno parte della ottava municipalità». Una voce fuori dal solito coro dei consensi. Una voce autorevole di chi il territorio lo conosce per davvero. Di chi la criminalità la ha combattuta con i fatti e non solo a parole. «Un film – ha poi proseguito don Aniello – che ha gettato solo fango su Scampia e su Napoli e che ha dato nel mondo un’immagine della nostra città e del quartiere negativa». Nella pellicola di Garrone non sarebbe raccontata la vera Scampia. Bensì si vedrebbero solo «stereotipi in riferimento ad un territorio degradato, ostaggio della camorra, con gente disonesta, anarchica, illegale. Uno stereotipo che i giornali e i media ci hanno buttato continuamente addosso» dimenticandosi di quella gente onesta che, nel quartiere alla periferia nord di Napoli, vive. Perché, come spiega anche il sacerdote coraggio, «circa la presenza malavitosa o dell’indotto umano che fa riferimento alla camorra o che vive di illegalità o di espedienti l’Università Federico II ha dato dei numeri: su una popolazione di settantamila abitanti, i malavitosi sarebbero dieci o quindicimila». Insomma, per una volta, bisognerebbe vedere il bicchiere mezzo.

(dal “Roma” dell’1 novembre 2010)

National Geographic: «Vesuvio. Conto alla rovescia»

di Marta Cattaneo

NAPOLI. Chi ha detto che, in caso di eruzione del Vesuvio, Napoli sarebbe al sicuro da ogni rischio? Recenti scoperte, infatti, hanno rinvenuto tracce di una precedente eruzione ad ovest del vulcano, ossia proprio nell’area metropolitana del capoluogo partenopeo. La scoperta è stata al centro del documentario “Vesuvio. Conto alla rovescia”, andato in onda su National Geographic Channel, canale 402 di Sky. Nella trasmissione il nostro vulcano viene definito, senza esitazione, «Uno dei più pericolosi al mondo» che, come spiega Charles Pellegrino, scienziato autore del libro “Fantasmi del Vesuvio”, «sicuramente erutterà ancora». Gli studiosi stanno cercando di datare la prossima esplosione e, a causa della densità abitativa della zona, temono una vera e propria catastrofe. Basti pensare che l’onda d’urto dell’esplosione degli attentati dell’11 settembre a New York sarebbe pari a un decimillesimo di quella provocata da una possibile eruzione del Vesuvio. Tanti i fattori presi in considerazione dagli studiosi dell’osservatorio vesuviano per cercare di individuare i segni di una imminente eruzione. I principali sono l’attività sismica, la composizione gassosa ed eventuali rigonfiamenti nel terreno. A testimonianza del fatto che il Vesuvio è un vulcano ancora attivo, all’osservatorio, ogni anno, vengono registrati più di duecento microterremoti di intensità inavvertibile dalla gente che, però, non sfuggono ai sismografi. Per cercare, inoltre, di individuare ulteriori segnali gli scienziati si affidano alla storia. L’ultima eruzione, infatti, risale al 1944 e, sebbene non sia nemmeno paragonabile a quella che, nel 79 dopo Cristo distrusse Pompei ed Ercolano, 26 furono le persone che persero la vita per il crollo dei tetti appesantiti dalla cenere. Ma è l’eruzione del 79 d.C. che offre maggiori spunti di ricerca. Ad essere presi in esame i segni del flusso piroclastico, una miscela di particelle solide e gassose che, a temperature elevatissime, distruggono tutto quello che incontrano. Ad Ercolano, per intenderci, oltre trecento persone morirono investite dal flusso. Una morte immediata, in appena un duecentesimo di secondo. Recentemente, però, si è aperto un nuovo scenario. Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo e l’antropologo Pier Paolo Petrone, infatti, hanno scoperto due scheletri, nei pressi di San Paolo Belsito, unici nel loro genere. Sarebbero infatti vittime dell’eruzione, nota con il nome “Avellino” che colpì la regione nel 1780 a.C. Una esplosione terribile, ben più grave di quella che distrusse Pompei ed Ercolano che distrusse il villaggio posto a 15 chilometri dal vulcano, in un’area corrispondente all’area metropolitana di Napoli. Quasi quattromila anni fa la rioccupazione dell’area fu impossibile per circa 200 anni. Se oggi si verificasse un’eruzione analoga sarebbe una vera e propria catastrofe. «Potrebbe crollare l’economia italiana – dice John Rennie, caporedattore della rivista Scientific American – e ci sarebbero effetti gravissimi anche in Europa». Infine, nel documentario gli studiosi hanno puntato l’indice anche contro il cosiddetto piano di evacuazione in caso di eruzione. Se il capo della protezione civile, Bertolaso, è convinto che in una settimana, tra primi sintomi ed eruzione, si possa sgomberare l’area senza problemi, non tutti la pensano alla stessa maniera. Prima di tutto, alla luce anche delle recenti scoperte sull’eruzione “Avellino”, bisognerebbe ampliare la zona rossa non tenendo conto dei confini territoriali. Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica ambientale alla Federico II, infatti, fa l’esempio dell’ospedale del mare che, «sebbene sia a soli sette chilometri dal cratere, non è stato inserito nella zona rossa». Il dibattito è più che mai aperto, l’unica cosa certa è che, nonostante lo Sterminator Vesevo non dia segni evidenti di attività, è bene non sottovalutare la forza della natura.